La storia

La santa
Questa è la trascrizione di uno scritto che racconta la leggenda di Santa Fosca Vergine e Martire. La lettura di questo breve testo sarà doppiamente gustosa: primo perché racconta la storia di Fosca, del suo esempio di intergrità e di saldezza nella fede. Secondo perché è scritto in un linguaggio d'altri tempi, con fraseggi e modi di dire ormai desueti, che richiamano alla mente sapori d'altri tempi. L'autore è don Alessandro Pregadi, vicario della Parrocchia di Santa Fosca. L'anno era il 1847
 
Affresco di Raffaello Galiotto

 

Parrocchiani, accogliete la qualsiasi opericciuola che v'offro, ed al vostro compatimento ed amore mi raccomando.
Dalla Canonica di Santa Fosca, nell'ottobre del 1847, l'affezionatissimo vostro vicario Alessandro Pregadi

LEGGENDA SOPRA SANTA FOSCA V. M.
  1. In nome d'Iddio, uno e trino, incomincia la leggenda di santa Fosca vergine e martire, quale con fedeltà di sensi e gran divozione ho tratta dagli Atti de' Santi, latinamente descritti da' sommi teologi gesuiti Giovanni Bollando, e Goffredo Enschenio, e dalle lezioni del santo Breviario Romano.
  2. Nel terzo secolo della umana salute, sotto l'impero di Decio, animale esecrabile, com'è chiamato da Cecilio Lattanzio, nacque Fosca in Ravenna da Siroi, o Siro, nobilissimo signore pagano, e fu allattata da Maura concittadina. Giunta all'età del discernere, udìa con piacere e con tenerezza i trionfi de' Martiri, per divina virtù riportati, bolliva di cocentissimo desiderio d'abbracciar la fede di G. C., ed era da dentro perfetta cristiana.
  3. Come toccò gli anni quindici, lo Spirito Santo le irradiò l'intelletto, e le infirmò il cuore. Chiama Fosca la sua nutrice, e le dice: Maura mia, se tu promettimi di non tradirmi, ti svelerò pensiero, che stammi fitto, e soavissimamente m'addolcia. M'odi, e secondami. Accordiamoci tuttaddue, ma con volontà schietta e soda, nel credere, che G.C., per cui sola virtude si celebrano in tutto il mondo le vittorie de' Martiri, è vero Dio , vero Figlio di Dio, senza principio, né fine, uno col Padre e collo Spirito Santo per tutti i secoli. Se queste verità, Maura mia, noi crediamo, non fintamente ma con intima persuasione e fermezza, saremo vasi immacolati e santi di Dio, nostro creatore, e nostro riscattatore; e per tentazioni, che ci sorvengano, non ci separeremo mai in questo mondo da lui, e un giorno regneremo con lui eternamente.
  4. Alla tenera e sapiente insinuazione di Fosca lagrimò Maura; e, terra buona ch'ell'era, ricevè il seme fruttuosamente. Udì, assentì, prestò fede; e, presole radice in cuore il timore e amor santo di G. C., così disse a Fosca: Se G. C. m'usi misericordia, sì, ch'io possa seguire le sue vestigia, credo, sì, credo nel nome suo, e tengo fermo, che, se sarò fatta degna di patire un poco per lui, otterrò da lui una corona non peritura per secoli e secoli. Ebbene, a lei Fosca: stanotte, senza ch'uomo s'accorga, andiamo, balia carissima, al santo prete Ermolato, e preghiamolo, che ci ammaestri, e ci avvii nel sentiero di verità, e poi ci battezzi nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo.
  5. Notte ben fatta, Fosca e Maura escono di soppiatto, e vanno a casa d'Ermolano prete. Lo scongiurano per amore di Dio ad istruirle nella perfezione cristiana. Il santo uomo, infocato di carità, e lietissimo del proprio acquisto, dà lezioni di fede, poi le battezza, comunica, ed accomiata.
  6. Coll'andare di pochi dì, i genitori di Fosca, accortisi della trasmutata religione dell'unica figlia, si conturbarono e dolsero amaramente; e studiavano modi di farle cangiar consiglio: anche per lo timore non fosse tratta al martirio: e desolati piangevano dirottamente. Ma Fosca li consolava così: Deh non piangete, amati miei genitori: godete più tosto, ch'io creda nel vero Dio; perocchè i vostri Dei sono idoli manufatti, che posson perdere, non salvar mai i loro credenti. Come udì il padre questo franco parlare, diè nelle furie tremendamente; ordinò, che in sul fatto Fosca e Maura fossero imprigionate, nella speranza di poter vincere collo spavento que' petti forti, che non cedettero alle carezze; e per tre giorni consecutivi proibì loro cibo e bevanda.
  7. Passato il triduo penoso, mandò in carcere nobili donzelle e matrone, perché con sermoni persuasivi e allettevoli togliessero quelle bell'anime dalla fede. Ma come sedurre e smuovere cuori fedeli, ch'erano già rassodati sopra la pietra ferma? Ogni dire andò al vento. Risolvono essi medesimi i genitori di scendere nel sotterraneo, e di tentar nuovo colpo. Deh, dissero, Fosca nostra, porgi orecchio una volta a tuo padre e a tua madre: poni la tua pazzia, adora le patrie divinità, se non vuoi far mala morte. Oitù, oitù, se Quinziano preside sa la tua educazione, ahi! ti perderemmo per sempre, o pupilla degli occhi nostri. Ma dinne chiaro: quando, come, perché tu credi in quel Cristo, che fu impeso al patibolo da' Giudei, e fatto morire di morte svergognatissima?
  8. Non sia mai vero, rispose Fosca, ch'io mi scosti da quella fede, che ho teneramente abbracciata, e votata a Dio nel battesimo. No, padre mio, non io temo le vostre minacce, né i crucci del preside. Credo fermissimamente, e liberamente confesso, che Cristo, Dio mio, sostenne in croce, di volontà propria, passione e morte per noi, ciò è per liberar noi dalla condanna di morte eterna: che dal sepolcro risorse nel terzo giorno, per condor tutti i credenti al gaudio della eterna risurrezione: che dopo aver risuscitata la umanità assunta per noi, collocolla in cielo a destra del divin Padre, coronata da' trionfi della vittoria; infondendo così in tutti noi vera e soda speranza di regnare un dì senza fine con lui, vinte che avremo le penalità temporali. Ma, padre mio, i vostri dei, che adorate, sono demonii, che informano gl'idoli; e que' demonii condurranno tutti i loro cultori al fuoco d'inferno, che arderà eternamente.
  9. Allora franchezza dell'animato parlare di Fosca furibondò Siroi padre, e: Oh, disse, giuro per tutti i numi, che se tu non t'arrendi al consiglio de' genitori, e non sagrifichi agl'idoli, prima che il giudice Quinziano ti colga, noi, noi medesimi faremoti spasimare sotto i più squisiti tormenti, e con te anche la balia tua, quella Maura, perfida tua compagna. E Fosca intrepida e placida: Odimi, padre mio: lascia il culto degl'idoli, credi in G. C. nostro Signore, che creò cielo e terra, e quanto v'ha in cielo ed in terra; così tu ti salvi dal fuoco, che dura sempre. Siroi a queste parole, più e più impossessato da malo demone, indurò il cuore, sprezzo e schernì le verità della figlia; ma pur seppe ancora dissimulare il furore, e le disse: Fosca mia, non udistù quanti giovani e quante donzelle di codesta tua religione estinse Quinziano con morte dispietatissima? E Fosca: E' stoltezza il temer più la podestà umana, che la divina. Te l'ho detto, padre, più volte, e ti ridico di nuovo: dacché ho voltato le spalle agl'idoli, non più, non più mi rivolgo a quelle immondezze. Adorerò sempre, e sempre seguiterò il mio Signore G. C., e per amor di lui mi esporrò tutta alla morte. Tanto son io sicura, che, dopo la morte di questo corpo, egli condurrà la mia anima nell'eterne delizie del paradiso.
  10. Qui Siroi ostinato e fremente prese un coltello, e già avrebbe sgozzata la figlia, se gli ululi della madre nol trattevano, la quale, caduta su quel corpicciuolo innocente, e come copertolo: Deh no, esclamò, non ispargere il sangue nostro: badiamo ancor qualche giorno… forse, tocca dalla materna pietà, si convertirà al culto dei patrii dei. Ma Fosca santissima e la nutrice rimasero scogli in tant'onda, confidarono in Cristo più intensamente, e più bramarono la felicità della morte, che la infelicità della vita. Siroi intanto, al cospetto di Fosca, per invogliarla all'abiura di G. C., immolava frequenti vittime a' numi.
  11. Giunse in quest'anno, della vita di Fosca decimo quinto, Quinziano prefetto in Ravenna, quell'empio persecutor de' Cristiani, che poco prima aveva fatto trucidare sant'Agata a Catania nella Sicilia. A quell'arrivo gelo e tremore in tutti i Ravennati cristiani. Ma imperturbate ed intrepide Fosca e Maura si volsero a Dio, digiunarono, e supplichevolmente implorarono la clemenza di G. C. con questa orazione: Gesù Cristo nostro Signore, che ne' santi tuoi Apostoli e Martiri infondesti virtù di fede, e pazienza, deh ci corrobora nel tuo timore, ed amore, acciò che la rabbia diabolica non ci devii dal sentiero di verità; ma opra Tu in modo, che per la costante nostra pazienza i deboli nella fede s'invigoriscano, e si sgomentino i cuori de' nostri inimici.
  12. Sedente un giorno Quinziano tribunalmente, se gli presentano delatori, infiammati da demoniaco furore; e battendo il pie': Ecco, dissero, che anche la figlia di Siroi s'è fatta cristiana. Acceso il Preside d'ira, comandò, che issofatto se gli adducessero innanzi in catene Fosca co' genitori, e la balia. Entrano i birri in prigione; ma come videro Fosca in preghiera, e accanto a lei un Angelo luminosissimo, tremarono di spavento; e, tornati al Prefetto, deposero, avere cogli occhi proprii veduto un Angelo accanto a lei, d'un aspetto sfolgorantissimo, che non poteano fisare. Saniò, infuriò, digrignò l'empio Giudice, e condannò in carcere anche i ministri.
  13. Come sia uscita della prigioni, tace la storia; ma vero è, che Fosca comparve al Preside co' genitori e con Maura. E Quinziano a Siroi: e perché tu istruisti tua figlia nelle follie de' cristiani? E Siroi: Per la tua salute testifico, che ho anzi molti giorni sudato per distoglierla da tanta stolidità; ma, Preside, sempre invano. Rivolta il Preside la voce a Fosca: Come ti chiami? Fosca è il mio nome carnale, Cristiana è il mio spirituale. Qual nume adori? Il Signore Gesù Cristo, appunto perché Cristiana. Intendi forse quel Cristo che i Giudei crocifissero? Per Acheronte e per Giove, se non ti smuovi da questa insania, e non immoli agli Dei immortali, ti fo morire. Ed io son pronta a morire, a lui Fosca, pel mio Signor G. C., e non sacrificherò io mai agl'idoli vani, perciocché so, che sta scritto: siano confusi tutti coloro che adorano sculte immagini, e si gloriano de' lor simulacri (Sal. XCVI. 7). Per tutti i numi, ch'io gitterò le tue carni a' cani e agli uccelli, se non mi presterai obbedienza. E Fosca: Non mi sgomentano le tue minacce: stimo meglio la morte, che adorare i demonii: sono la sposa di Cristo, e voglio morire per lo mio Sposo, che mi irradiò, perché a lui mi avvicini con cuor mondo e casto.
  14. Perdonimi il pio lettore la digressione. Quella minaccia che fece a Fosca Quinziano, letteralmente come narra Lattanzio, si avverò nel suo imperatore. Mentre Decio correa contro i Carpi, che infestavano la Dacia e la Mesia, fu sorpreso da' barbari, sbaragliato, spogliato, e morto, e poi gittato a pascolo alle fiere e agli uccelli.
  15. Vie più irritato Quinziano comanda che Fosca sia ben flagellata, e di nuovo incarcerata con Maura. Stettero in prigione più giorni; ma nulla valse a dicrollar quelle ferme torri di bronzo. Uscì finalmente sentenza, che Fosca sia trafitta fuor di Ravenna. Tratta Fosca di carcere, e via facendo per lo martirio, accompagnata da gemiti e lagrime d'innumerevole moltitudine, orava così: Sai tu, Signor mio, lo perché ho io rinnegato il mondo, e tutte le sue delizie, ed anche il padre e la madre: fa dunque, o Signore, che il mio spirito vada in pace. S'udì intanto voce di cielo, che confortava la beatissima verginella: non temer, Fosca; serbasti fede, consumasti l'aringo: vieni impavida, vieni, ed entra nel gaudio del tuo Signore. E la Martire di G. C. all'alabardiere: T'accosta, disse, e adempi il comando. E colui, senza più, le traforò un fianco con la lancia, e Fosca dormì nel Signore. Maura, sorreggendo il corpo cadente, pregò il carnefice di fare a lei quel che a Fosca: e trafitta spirò anch'ella lo spirito in pace nel giorno terzodecimo di febbraio.
  16. Come fu alta la notte, alcuni marinai cristiani involarono i corpi delle due martiri ravennati. E li trasferirono in Sàbrata, città d'Africa nella provincia Tripolitana, dove in sotterraneo sepolcro li seppellirono. Molti anni appresso, passò Sàbrata sotto pagana dominazione, e fu desolata. Iddio, che volea togliere da quella profanata città le sante reliquie delle sue Martiri, inspirò a un veneziano, chiamato Vitale, di fare un viaggio per Sàbrata. Il buon servo veleggiò subito per colà; e, pervenutovi prosperamente, trovò, dietro divino lume, i corpi di Fosca e Maura, e trasferitilli in Torcello isola un dì Vescovile; e questo avvenne prima dell'undecimo secolo della Chiesa. Erettovisi un elegante tempietto, contiguo al duomo, sotto il titolo di S. Fosca, si collocò il sacro pegno sotto la mensa dell'unico altare. Ma nel giorno nono d'aprile 1247 fu da di là tratto, e posto sopra l'altare da Stefano Natali, vescovo torcellano. Manca d'una tibia il corpo di S. Fosca, perché donata alla Chiesa di S. Fosca in Venezia dal Vescovo di Torcello, e poi Patriarca d'Aquileia, Antonio Grimani ai 13 di settembre del 1592. Altre reliquie di questa Santa si venerano in Bologna nella Chiesa di Santo Stefano, come asserisce il Masini nella sua Bologna illustrata.
E qui termina colla divina grazia la breve leggenda di santa Fosca V. M., incominciata in nome d'Iddio, uno e trino, a cui sia gloria ed onore per tutti i secoli.

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aggiornato il 4/08/2008