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L'idea di Santa Fosca
Le matricole e la casa
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Ehi ehi ehi, ragazzi… Sapete qual è
il posto migliore per vivere a Venezia? L'unico dove si respira
un'aria di fraternità ed amore per il prossimo? La casa
studentesca più bella, quella che più ti aiuta
a vivere bene gli anni dell'università? Eh, sapete quale
è? I Gesuiti.
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Noi ci siamo accontentati di Santa Fosca.
In realtà non è neanche tanto vero che ci siamo
accontentati: abbiamo fatto una fatica boia per entrarci…
Sapevamo che per essere presi bisognava accettare lo stile
di vita che la comunità proponeva, che avremmo dovuto
vivere seguendo la frase "fai al prossimo tuo ciò
che vorresti lui facesse a te". Per entrare in casa avremmo
dovuto essere delle persone oneste, buone, disponibili, aperte
al prossimo, educate. Capimmo quindi che per diventare anche
noi dei santafoschini c'era una sola possibilità. Corrompere
don Fausto.
L'idea sembrava buona a tutti, e per un attimo ci tranquillizzammo
pensando al nostro futuro nella casa studentesca. In realtà
non c'era da stare tranquilli: nessuno aveva ancora conosciuto
il don, e quando avvenne l'incontro capimmo che corromperlo
sarebbe stato proprio impossibile. Voleva troppi soldi.
Ripiombammo nel panico. Ci toccava proprio fare il colloquio,
dimostrare la nostra buona volontà e tutte quelle cose
lì… Era il caso di prepararsi un po'.
Sperando di risultare simpatico a don Fausto io lessi tutti
i numeri di Gente Veneta (settimanale della Diocesi di Venezia
di cui Don Fausto è direttore), in basso a sinistra
nelle pagine pari e a destra in quelle dispari. Carlo, secchione
come sempre, per mesi inviò giornalmente delle lettere
al giornale complimentandosi col direttore e ponendo interessanti
quesiti religiosi. Roberto trovava stupido scrivere ad un
giornale, e quindi di solito gli parlava. Passava i pomeriggi
chiuso nella cameretta a chiacchierare con una vecchia copia
di Gente Veneta interpretando i suoi silenzi come dei consensi:
"Sono un ragazzo simpatico, sei d'accordo?". Silenzio.
"Chi tace acconsente"… ).
Eravamo preparatissimi. Ci presentammo al colloquio caricatissimi
e quando venne il nostro momento tirammo fuori tutto ciò
che sapevamo, condendolo con le parole più belle, i
propositi più buoni, per far vedere che… Sì:
eravamo pronti per la vita santafoschina!
Fummo rifiutati tutti quanti.
Il giorno dopo un usuraio ci fece un prestito e riuscimmo
a corrompere don Fausto.
"Sweet home S. Fosca": a distanza di qualche mese
non siamo ancora stati cacciati e la cosa mi sembra positiva.
Integrarsi non è stato difficile, piano piano ci stiamo
abituando, Carlo ha cominciato a fumare e ogni tanto anche
beve. Io ho smesso di lavarmi e Roberto non si cambia il maglione
ormai da mesi. Non è facile, ma ci stiamo integrando.
I ragazzi più anziani ci hanno aiutato molto, in questo.
Per aiutarci, di solito, ci sbrandavano. Quando meno me l'aspettavo
entravano in camera mia una decina di persone, facevano il
finimondo, rovesciavano il letto mi scaraventavano a terra
e poi andavano via come se non fosse successo niente. Mi allenavano
in questo modo ancora prima che entrassi a Santa Fosca, a
casa mia. I miei genitori ora vivono nel terrore.
Comunque tutto questo era per aiutarci, e noi matricole non
possiamo che essere grati. Non ho mai più rivisto Salvatore,
una matricola che pochissimi conoscono con la quale ho fatto
amicizia il primo giorno di ostello. Mi dicono che sta bene,
ma di notte sento delle urla uscire dal pozzo…
Comunque qui si sta bene, si capisce di essere fra amici.
Qualcuno si è lamentato per gli scherzi, ma io non
sono d'accordo, bisogna essere degli allocchi per cascarci,
e se ci caschi poi non devi lamentarti.
Adesso vi lascio, devo andare a mociare il chiostro…
Se non lo faccio bene poi si arrabbiano con me, ma lo fanno
per il mio bene!
Francesco Rossi
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